Domitila, una donna delle miniere

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Víctor Montoya

(Traduzione di Paola Ursomando)


Doña Domi, come la chiamavano affettuosamente in paese, la conoscevo da sempre, da quando viveva nel distretto minerario di Siglo XX e vendeva salteñas [1] in un cesto di vimini, dopo averle preparate con l’aiuto delle sue piccole figlie, che pelavano patate e sbucciavano piselli prima di andare a scuola. Allora non era più palliri [2], ma dirigente del Comitato delle Casalinghe. Erano gli anni 70 e il Paese attraversava una delle tappe più oscure della sua storia.

In alcune occasioni ci incontrammo nelle manifestazioni di protesta contro la dittatura militare di Hugo Banzer Suárez e nelle immense concentrazioni nella Plaza del Minero, dove si trova il monumento di Federico Escóbar Zapata, il busto di César Lora e l’edificio del Sindicato Mixto de Trabajadores Mineros di Siglo XX, dal cui balcone pronunciavamo discorsi antimperialisti; lei in rappresentanza delle casalinghe e l’autore di questa cronaca in rappresentanza degli studenti delle superiori della provincia Bustillos e come presidente del Collegio 1ro de Mayo.

Ricordo anche il suo anziano genitore, benemerito della guerra del Chaco e padre di 6 figlie nel suo primo matrimonio. Il signor Ezeqiel, minatore in pensione, sempre preoccupato per la sussistenza della sua famiglia, percorreva le strade di Llallagua offrendo indumenti casa per casa. La cosa interessante era che, oltre a vendere vestiti, portava la parola di Cristo fino alle case più umili. Lo conobbi un giorno che venne ad offrirci dei pantaloni di confezione brasiliana. Mia madre lo fece accomodare in salotto e, dopo averne provati alcuni, ne comprammo uno in contanti e uno a credito. Quando gli dissi che uno dei pantaloni era troppo lungo per me, si affrettò a fargli un risvolto in quattro e quattr’otto col le sue abili mani di sarto. Quello stesso giorno, appena se ne andò, con la cortesia e il rispetto che lo caratterizzavano, feci notare a mia madre che aveva la stessa barbetta del vecchio Trotsky. Mia madre abbozzò un sorriso e assentì con la testa.

Nel 1975, quando doña Domi fu invitata alla Tribuna dell’Anno Internazionale Della Donna, organizzata dalle Nazioni Unite e tenutasi in Messico, si diffuse la notizia che la sua voce e la sua figura si erano distinte nell’importante evento, in occasione del quale – in netta contrapposizione con le rivendicazioni delle omosessuali, delle prostitute e delle femministe dell’Occidente – lei aveva spiegato che la lotta della donna non era contro l’uomo e che la sua liberazione non sarebbe stata possibile senza la liberazione socioeconomica, politica e culturale di un paese. Doña Domi era convinta che la lotta per la liberazione consistesse nel cambiare il sistema capitalista con un altro, in cui gli uomini e le donne avessero lo stesso diritto alla vita, allo studio e al lavoro. Mise in chiaro che la lotta per la conquista della libertà e della giustizia sociale non era una lotta tra sessi, tra il maschio e la femmina, ma una lotta della coppia contro il sistema socioeconomico che opprime indistintamente l’uomo e la donna.

Dall’altra parte, contendendosi i microfoni con le sue avversarie, disse che in una società divisa in classi non c’era solo la differenza tra la borghesia e il proletariato, ma c’erano anche differenze tra le stesse donne, tra un’universitaria e una casalinga, tra la moglie di un magnate e quella di un minatore, tra quelle che hanno tutto e quelle che non hanno niente. Così i clamorosi interventi di Domi, nella sua condizione di moglie di un minatore, madre di sette figli e dirigente del Comitato delle Casalinghe, produssero un forte impatto tra le femministe più recalcitranti, perché le sue parole trasmettevano la saggezza popolare e tutto quello che aveva imparato nei sindacati dei minatori e nella scuola della vita. Non a caso, la giornalista ed educatrice brasiliana Moema Viezzer, abbagliata dal potere della parola di una donna semplice, che sapeva semplificare le più complesse teorie sulla lotta di classe e l’emancipazione femminile, decise di seguirla fino al villaggio minerario di Siglo XX, con il preciso proposito di scrivere il libro “Chiedo la parola… Testimonianza di Domitila, una donna delle miniere boliviane” che, pubblicato in Messico e tradotto in varie lingue, si è convertito rapidamente in una delle opere più lette dalle femministe di natura più diversa.

I lavoratori delle miniere, nelle loro vittorie e nelle loro sconfitte, hanno sempre potuto contare sull’appoggio incondizionato delle loro mogli e dei loro figli, che si sono sempre comportati come alleati naturali di classe, sin dagli albori del sindacalismo boliviano. Proprio per questo, incontrai nuovamente doña Domi al Congresso Minerario Nazionale di Corocoro, inaugurato il primo maggio del 1976; occasione in cui lei espose la necessità di organizzare una Federazione Nazionale delle Casalinghe, affiliata alla Centrale Operaia Boliviana (COB), mentre i lavoratori reclamavano le loro giuste richieste, esigendo dal governo il rispetto del foro sindacale e l’amnistia generale.

Alcune settimane più tardi, dopo la sconfitta dello sciopero dei minatori del giugno del 1976, e l’occupazione di Llallagua e di Siglo XX, la incontrai all’interno della miniera, dove noi dirigenti ci eravamo rifugiati dall’accanita persecuzione che aveva scatenato il governo. Doña Domi era all’ultimo mese di gravidanza ed il suo ventre sembrava un enorme pugno di coraggio. Ad ogni modo, per ragioni di salute, decidemmo di portarla in un luogo sicuro perché potesse partorire in condizioni migliori. Poi venimmo a sapere che aveva avuto due gemelli; una era nata viva e l’altro morto, probabilmente a causa dei gas nocivi della miniera, perché quando lo estrassero dal suo ventre, il bimbo era quasi in stato di decomposizione.

All’inizio di gennaio del 1978, quando mi trovavo già in esilio in Svezia, Domi fece nuovamente parlare di sé quando si unì allo sciopero della fame iniziato da quattro donne minatrici e dai loro quattordici figli nell’Arcivescovato della città di La Paz. Lo sciopero, che iniziò il 28 dicembre del 1977, aveva l’obiettivo di rivendicare al governo la democratizzazione del Paese, il rientro al lavoro degli operai licenziati, il ritiro delle truppe dell’esercito dai centri minerari e l’amnistia incondizionata per i dirigenti politici e sindacali. Si trattava di una lotta eroica e senza precedenti, perché nessuno si aspettava che uno sciopero intrapreso da Aurora de Lora, Nelly de Paniagua, Angélica de Flores e Luzmila de Pimentel potesse abbattere una dittatura militare decisa a mantenere il potere per molto tempo. Passarono i giorni e gli avvenimenti storici cambiarono rotta: le quattro donne – spalleggiate da sacerdoti, operai, studenti e contadini che si aggiunsero allo sciopero della fame in differenti punti della sede del governo, e dalle ondate di protesta che aumentavano in tutto il territorio nazionale – riuscirono a piegare la mano dura del generale Hugo Banzer Suárez, il quale cedette dalle sue posizioni e si decise a convocare le elezioni generali per il 9 luglio del 1978. In questo modo, ancora una volta, doña Domi e le valorose donne minatrici dimostrarono al mondo che una scintilla in una polveriera può provocare un’enorme esplosione sociale e che non esistono dittature che possano averla vinta contro la volontà popolare.

Anni più tardi, già a Stoccolma, ci rincontrammo e ci abbracciammo. Tutto successe dopo il sanguinoso colpo di Stato protagonizzato da Luis García Meza e Luis Arce Gómez nel luglio del 1980, quando lei stava partecipando a una Conferenza di Donne a Copenaghen. Sapevamo che il sanguinoso golpe, che lasciò una scia di morti e feriti, era finanziato dai narco-dollari e che all’organizzazione avevano partecipato i paramilitari reclutati dal nazista e “Carnicero de Lyón” Klaus Barbie. Si organizzò un meeting a Kungsträdgården (Il Giardino del Re), da dove partimmo tutti insieme, tra bandiere e striscioni, in una marcia di protesta che attraversò le principali strade di Stoccolma.

In Svezia, al di là del diritto alla riunificazione familiare, che le permise di riunirsi con i suoi figli, constatò che le donne latinoamericane si erano ribellate al loro passato di servitù e sottomissione, appoggiate dalle leggi che difendevano i loro diritti più elementari, in parità di condizioni con gli uomini. Si trovava, forse senza saperlo, in una nazione che aveva superato le disuguaglianze di genere e abbattuto i pilastri della società patriarcale. L’emancipazione della donna era passata dal sogno alla realtà e il decantato femminismo degli anni 60, a differenza dello sciovinismo maschilista, si era trasformato in una delle forze decisive della sinistra svedese, che combinava la lettura dei classici del marxismo con le opere di Alexandra Kollontai, Simone de Beauvoir, Alva Myrdal e altre combattenti che possedevano un’intelligenza capace di disarmare chiunque.

Doña Domi comprese rapidamente che le svedesi, nonostante il consumismo e la mancanza di calore umano, avevano conquistato già diversi dei loro diritti agli inizi del ventesimo secolo. Nel 1919 venne loro concesso il diritto al voto e anni dopo il diritto al divorzio, nel 1938 si legalizzò l’uso degli anticoncezionali, nel 1939 si promulgò una legge che stabiliva che le donne non potevano perdere il lavoro a causa di gravidanza, parto o matrimonio. Nel 1947 ci fu la prima donna al governo e nel 1974 si istituì la normativa che entrambi i genitori avevano diritto a 390 giorni per occuparsi dei figli, percependo l’80% del salario. Ancora, nel 1975 si legalizzò il diritto all’aborto senza alcun costo per tutte le donne e negli anni 80 entrò in vigore la prima legge contro la discriminazione di genere nel sistema educativo e in ambito lavorativo, inoltre la donna non era più costretta a scegliere tra famiglia e carriera professionale, grazie ad un vasto sistema di assicurazione sociale e assistenza infantile.

Fu così che doña Domi, sempre convita che un altro mondo era possibile, imparò la lezione: se le donne di questo Paese erano riuscite a conquistarsi le rivendicazioni femminili passo dopo passo, perché questo non sarebbe dovuto poter avvenire anche in altri Paesi, dove le donne desiderano trasformare i loro incubi in sogni ed i loro sogni in realtà?

Con questa domanda e la sua nuova esperienza di vita, che le permise di intravedere che le donne e gli uomini possono godere degli stessi diritti e delle stesse responsabilità, iniziò a pianificare il suo ritorno in Bolivia dopo il recupero della democrazia. Lasciò i suoi figli in Svezia e rispose al richiamo della Pachamama, per continuare a lottare per un futuro più degno del presente. Questa volta però, con la convinzione che per ottenere la liberazione della donna non bastava cambiare le infrastrutture socioeconomiche di un Paese, ma era necessario anche cambiare le norme di convivenza cittadina e la mentalità della gente. E sebbene in passato fosse stata perseguitata, incarcerata e torturata, doña Domi si rifiutò di tacere e ritornò a chiedere la parola per continuare a parlare contro le ingiustizie sociali, con la stessa convinzione e lo stesso coraggio di sempre, perché la sua testimonianza personale è, per antonomasia, una grande lezione di vita e di lotta. Se non ci credete, vi invito a leggere “Chiedo la parola…” di Moema Viezzer; e “¡Aquí también, Domitila!”, di David Acebey; due libri che sintetizzano il meglio di doña Domi, un’indomabile donna delle miniere.




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[1] Pizza rustica ripiena di carne, peperoni e altri ingredienti.

[2] Operaia che a colpi di martello, tritura e raccoglie il minerale dalle rocce.


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VÍCTOR MONTOYA è nato a La Paz (Bolivia), nel 1958. Trascorre l'infanzia e l'adolescenza nel villaggio minerario di Siglo XX-Llallagua, al nord di Potosí, il luogo in cui è stato scoperto il filone di stagno più grande del mondo. Nel 1976 viene perseguitato, torturato e incarcerato. Rimane nel campo di concentramento di Chonchocoro-Viacha fino a quando, nel 1977, viene liberato in seguito ad una campagna di Amnesty International. Da allora risiede in Svezia, dove si dedica professionalmente alla letteratura.

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