César Lora
capo e martire operaio

Víctor Montoya
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(Traduzione di Paola Ursomando)


Insieme ad un pugno di terra, che mi portai dalla Bolivia, portai la tua foto, che passò dalle mani del dirigente minerario Cirilo Jímenez alle mani di mia madre, e da queste alle mie.

Da allora non ho smesso di guardarti tutti i giorni, infatti ti ho messo nella mia parte preferita della scrivania. Tu mi accompagni nelle lunghe ore di isolamento e sei il primo a leggere tutto ciò che scrivo; e non è tutto, la tua immagine mi accompagna sin dall’infanzia, da quando vivevo a Siglo XX, dove il sole cadeva a picco e i forti venti facevano volare via i tetti. Sarà per questo che, mentre scrivo queste righe, sento l’odore della copagira*.

In questa fotografia, scattata nella gerenza dell’Azienda Mineraria Catavi, indossi orgoglioso la tua divisa da minatore: salopette con bretelle ed ampie tasche all’altezza del petto, camicia di flanella sporca di sudore e polvere, giacca grigia macchiata del grasso della perforatrice e un guardatojo* schizzato di gocce di silice.

La tua immagine, che emana un’aureola da capo, sembra scolpita in un blocco di granito, in cui i lineamenti del viso sono definiti nel dettaglio. Mi impressiona la vivacità dei tuoi occhi sbiechi, il cui sguardo penetrante è inchiodato su un punto fisso di ciò che ti circonda, intanto le tua labbra socchiuse, che sembrano dire qualcosa, lasciano intravedere dei denti stretti e minuti; l’ombra dei tuoi baffi è nera come l’arco delle sopracciglia, e la tua mandibola salda si allarga là dove appare l’attaccatura del collo, al di sotto delle basette della tua folta chioma ribelle, quasi irsuta, che spunta da sotto al casco.

Avevi un’acuta intelligenza ed il dono della parola, tanto che nelle riunioni e nelle assemblee, si faceva subito il silenzio nel momento in cui si alzava la tua figura e si sentiva la tua voce, disposta a manifestare le preoccupazioni della coscienza, in momenti in cui parlare era un pericolo e quando i conflitti lavorativi erano già una fiamma accesa; eri di statura media, ma la tua forza fisica la forgiasti fin da bambino, quando ti facesti padrone delle montagne e delle rupi di Panacachi – la vecchia proprietà agricola di tuo padre -, in cui ti dedicavi ad allevare cardellini e ad occuparti del bestiame, mentre godevi delle letture del Don Chisciotte; alcune volte seduto su un ramo dell’albero ed altre disteso in riva al fiume. Avevi l’agilità di un felino e la velocità di un cervo; ghermivi la volpe spaurita in piena corsa, domavi il puledro più selvaggio o agguantavi il toro per le corna, con la stessa forza e facilità con la quale catturavi un caprone, tirandogli contro le zampe delle bolas fatte di pietre legate con una corda.

Da bambino, dividesti la tavola con i servi di tuo padre, che non mise mai in dubbio il tuo amore smisurato per gli umili. Avevi un cuore nobile, una bontà senza limiti e una modestia che, tra i tuoi, si convertiva in generosità e dedizione. Regalavi i tuoi vestiti a chi ne aveva bisogno e distribuivi il tuo denaro tra coloro che te lo chiedevano. Come disse, a ragione, tuo fratello maggiore: “Mostravi un disinteresse totale per il denaro e le comodità materiali. Vivevi come un monaco e davi l’impressione di essere nato per essere un apostolo”.

Il tuo desiderio di giustizia, che ti sgorgava da dentro con energia vulcanica, ti fece affrontare le forze dell’ordine e l’autoritarismo castrense. Ma la disubbidienza alle autorità e le costanti frizioni con i tuoi superiori ti costarono molto care, giacché il comando del reggimento ti inviò, per castigo, all’inospitale regione di Curahuara di Carangas, dove ti ammutinasti insieme ai soldati più bellicosi contro la gerarchia castrense. Poi vennero le torture nelle celle. Ti sottomisero ad un Consiglio di Guerra e ti condannarono a due anni di prigione, senza altra consolazione che un pagliericcio di erba secca e qualcosa da mangiare.

Quando entrasti a lavorare all’interno della miniera, tra la penombra e la roccia dura, eri l’unico minatore capace di trapanare i piques* portando la perforatrice in spalla e l’unico che si azzardava ad attraversare le buche con un balzo. Nel lavoro dimostravi una volontà di ferro e nel combattimento un coraggio indomabile, attitudine che ti permetteva di distinguerti come leader nato, a capo di uno squadrone di operai armati con fucili e candelotti di dinamite.

Nei giorni in cui il freddo ed il vento erano rigidi e nei pomeriggi in cui il tramonto si nascondeva dietro le colline per lasciare il passo alla notte dissanguandosi di stelle, ti rifugiavi nella zona del Tío*.

Sebbene le tue parole e le tue opere fossero in armonia con i principi del Materialismo, ti sedevi accanto al Tío, sorseggiavi acquavite e masticavi foglie di coca, non tanto per alleviare la stanchezza, né per una mente incline alle superstizioni, ma solo per condividere le credenze dei tuoi compagni di origini indigene, i quali, intuitivamente, seppero percepire la tua intelligenza e rivelare i sentimenti più profondi che nascondevi nell’anima.

Poco dopo la controrivoluzione protagonizzata da René Barrientos Ortuño, nel novembre del 1964, la tua vita cambiò rotta; abbandonasti la miniera in seguito alla persecuzione scatenata dal governo contro i suoi oppositori e trovasti rifugio in una piccola cascina nel nord di Potosí, dove già ti aspettavano i tuoi assassini, pronti a compiere gli ordini emanati dal Consiglio Militare e dalla CIA.

Isaac Camacho, fedele compagno e testimone oculare dell’avvenimento, ci ha lasciato la viva testimonianza del giorno e dell’ora in cui fosti assassinato: “Il 29 luglio del 1965 ti trovavi in prossimità di Sacana, che sta a tre leghe da San Pedro di Buona Vista. Quando arrivasti alla confluenza dei fiumi Toracarí e Ventilla, ti scontrasti con uno squadrone di civili che stavano al comando di Próspero Rojas, Eduardo Mendoza e un altro, che chiamavano Osio. Enrique Moreno, che ti aveva affittato la mula, si incaricò di tradirti. Una volta catturato, ti stavano conducendo verso San Pedro, ma durante il cammino, a pochi metri dall’incrocio di fiumi di cui sopra, iniziarono a colpirti e, improvvisamente, si sentì un colpo di pistola”. Fu allora che cadesti bocconi, il sangue esplose nella tua testa e il tuo cuore smise di battere. Lo sparo, secco e preciso, ti uccise sul colpo.

Quando gli assassini se ne andarono, lungo la stessa strada dalla quale erano venuti, Isaac Camacho, prostrato in ginocchio e prendendoti tra le braccia, costatò che il proiettile ti era penetrato nel sopracciglio destro ed era uscito dalla parte posteriore del cranio. Ti uccisero a poco meno di 38 anni, che avrebbero potuto essere perfettamente 60 o 90, perché tu vivevi in corsa contro il tempo e sfidando il destino.

I tuoi resti furono trasferiti a Siglo XX e la veglia si fece nella sede del sindacato, dove la gente più umile sfilò ai piedi della tua tomba. I contadini, dai volti austeri e imbacuccati nei ponchos neri, arrivarono in lunghe carovane dalle loro comunità lontane per darti sepoltura; intanto i minatori, con la furia nello sguardo e i pugni alzati, montarono guardia giorno e notte, fino a quando giunse l’ora in cui la tua tomba, alzata a spalla dai minatori più giovani, iniziò a percorrere le strade, aprendosi il passo tra la moltitudine che assistette ai tuoi funerali.

Nella Piazza di Llallagua e nella porta del cimitero si concentrò una moltitudine infuriata e si alzarono le ovazioni più poderose che si possano immaginare. I minatori e i contadini, ai quali dedicasti la tua vita, ti resero un giusto omaggio e si congedarono con discorsi che promettevano di vendicare la tua morte; dai cuori sgorgarono lacrime di tristezza e dalle labbra parole di grande cordoglio.

 

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Glossario 

* Copagira: Acqua mischiata con residui minerali, di color giallo o plumbeo, proveniente dalla miniera.
* Guardatojo: Casco di protezione usato nella miniera.
* Piques: Escavazioni verticali.
* Tío: Divinità. Diavolo y dio tutelare che abita nell’interno della miniera. I minatori lo temono e gli offrono doni.

 

 

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